Vorrei prendere le distanze da quello sport di mammolette che è il calcio, dove ragazzi poco intelligenti, ma bravi a tirare pedate ad un pallone, si arricchiscono all’età di 25 anni. Vorrei prendere le distanze da quei babbei che passano la domenica pomeriggio davanti a canali televisivi regionali in cui una decina di “allenatori della Nazionale” commentano minuto per minuto le partite per loro che non possono avere Sky. Prendo le distanze da quei delinquenti che vanno allo stadio per creare disordine, quando va bene.
Vorrei appassionarmi ad uno sport che da non molto fa parlare di sé in Italia, il rugby. I genitori portano i loro pargoli alle scuole della palla ovale, dicendo: “Se settantamila persone possono stare in uno stadio di rugby senza nemmeno un poliziotto, questo è lo sport che fa per mio figlio”.
Vorrei andare a vedere una partita del Petrarca Padova che nei Super 10 a girone unico è terzo dietro a Treviso e Calvisano, e che anche ieri ha fatto la sua bella figura vincendo agevolmente il derby con il Rovigo per 28 a 14. Non vorrei, però, portar loro sfiga come ho fatto l’anno scorso con il Giotto Volley quando han perso due partite su due viste al palazzetto, dopo una ammirevole striscia positiva di risultati.
Vorrei imparare le regole.. Non che io non sappia proprio come si gioca, eh? Le basi, le ho. Ma mi manca ancora qualche regoletta che fatico a comprendere alla TV. Un esempio è quello che succede in mischia. Okay, non c’è da stupirsi, per definizione è un casino, però c’è un certo ordine che non ho ancora assimilato. Ed è da tempo immemorabile che incosciamente me lo chiedo, perché ricordo che già da piccolo, davanti all TV, facevo domande alla mamma sulla mischia del rugby. In particolare mi viene in mente spesso di averle chiesto perché alcuni dei giocatori portassero quella strana cuffietta. La risposta distratta di mamma, mentre faceva a maglia, fu: “Perché altrimenti così vicini prendono i pidocchi. Stai attento a scuola.. blah.. blah.. e ancora blah”.